Palazzo Vicco

Verona è un dramma, Venezia è tutta letteratura, da Shakespeare a Byron,

Costantinopoli è un racconto senza fine, Firenze una fiaba, Siena una leggenda;

Trieste è un romanzo.

Charles Asselineau (1869)

 

Il palazzo di via Cavana, sede dell’Arcivescovado, è noto come Palazzo Vicco, quando Joseph Fouché lo acquista per farne la sua dimora nel breve esilio triestino. Joseph Fouché è stato ministro di polizia durante la rivoluzione dell’89, poi è al servizio di Napoleone, e anche del re Luigi XVIII, sempre come capo di polizia.

Quando Napoleone sente il suo Impero scricchiolare dopo la campagna di Russia, allontana Fouché da Parigi e lo nomina governatore delle Province Illiriche, con sede a Lubiana. Il Vescovo di Parenzo, Monsignor Polesini, ignorando o fingendo di ignorare i precedenti del rivoluzionario della Montagna, gli dà il più cordiale benvenuto manifestandogli la “gioia del clero” per la sua nomina, che trovava “rassicurante”.

Ma la gioia dura pochissimo, tutto crolla nell’Impero, anche nelle Provincie Illiriche. Imperturbabile Fouché ancora il 15 agosto 1813 promuove a Lubiana una grande festa per il compleanno dell’Imperatore, e vi partecipa sorridendo. Nel frattempo i suoi fidi mettono in salvo le sue cose e le sue carte a Trieste. A Trieste, pochi giorni dopo rinnova feste e luminarie mentre prepara la sua ulteriore fuga a Gorizia. Per farsi raggiungere dal fedele Charles Nodier, finge di accusarlo di alto tradimento, e così gli fornisce una specie di implicito certificato di avversario di Napoleone, e lo salva da possibili rappresaglie degli austriaci che stavano per riprendersi Trieste.

Durante i Cento giorni del grande ritorno di Napoleone, Fouché accorre a Parigi e riprende il suo posto di ministro di Polizia, ma subito dopo Waterloo, convince Napoleone ad abdicare, e lui – Fouché – si mette al servizio del re Luigi XVIII. Il re gli procura una nuova moglie, giovane, bella, ricca e nobile: Ernestine de Castellane Majastre. Presto la corte si ricorda che Fouché dalla “Montagna” aveva votato per la condanna a morte di Luigi XVI, e quindi ne impone l’esilio. Quello che fu chiamato “il beccaio della Montagna” risiede a Dresda, Praga e Linz, e diventa cittadino austriaco.

La sorella di Napoleone, Elisa Baciocchi, già granduchessa di Toscana è già riparata a Trieste, invita Fouché a raggiungerla. Ci sono già anche Girolamo, re napoleonico di Westfalia, (principe di Monfort), e Carolina Murat, vedova del re di Napoli.

Fouché è lieto di essere riaccolto senza rancore dalla “famiglia” Bonaparte, al sole di Trieste di cui ha bisogno per curare i suoi polmoni. E – scrive a Elisa – “nel (mio) cuore non ci sarà leggerezza né incostanza (sic!)”, “fiducioso che anche i triestini saranno lieti di accogliere il loro anziano governatore”. Sapeva anche che Elisa era protettrice di Niccolò Paganini e che avrebbe richiamato a Trieste i migliori musicisti e cantanti italiani.

La giovane madame Fouché, duchessa di Otranto, conta di ritrovare in riva all’Adriatico “il cielo e le piante della Provenza” perché – scrive in italiano a un'amica – “è così soave a chi non è del tutto privo di sensibilità, il patrio lido”. Ma alla fine neppure il mare e il suolo di Trieste si confanno alla salute cagionevole del marito. Però Velluti canterà l’Orfeo in modo così sublime che “gli usignoli in primavera non ardiranno di riprendere a cantare…” (scrive sempre Ernestine Fouché).

Il vecchio consorte ha solo 60 anni, ma ne dimostra 80, e lo stesso ama passeggiare al Boschetto e talvolta si avventura in solitarie escursioni sul Carso, o in mare su una gondola che ha fatto costruire per i figli suoi e delle sue amiche.

L’inverno del 1820 è però estremamente rigido. Il suo male si aggrava a metà dicembre. Il giorno di Natale la via di Cavana è spazzata da gelide raffiche di bora. I medici ordinano la sospensione delle visite ma non possono impedire che il morente chiami al suo capezzale il figlio maggiore e gli impartisca le disposizioni per bruciare le sue carte: sa che ormai deve rinunciare alle sue memorie.

Il fumo che si leva dalle stufe in maiolica è denso di inchiostri e ceralacca: minaccia di soffocare i canarini, così amati da Joseph ed Ernestine. Nelle sale di Palazzo Vicco ne tengono alcune centinaia, in grandi gabbie dorate. Gli uccellini ammutoliscono, qualcuno rimane stecchito.

Bruciano le carte e si spengono i lontani ricordi dei conventi dove Fouché da giovane ha studiato e insegnato, e svanisce l’eco dei suoi infuocati discorsi dalla “Montagna” quando con Saint Just aveva chiesto la testa del re. Rieccheggiano tra il crepitare delle fiamme le urla delle migliaia di lionesi massacrati a cannonate o avviati a centinaia alle ghigliottine dalle sue truppe di soldati e di spie, scompaiono imprecando tutti i personaggi da lui serviti e traditi nella tempesta della rivoluzione e dell’impero.

Spento il rogo, qualcuno fa venire il prete che somministra a Fouché gli estremi sacramenti. La leggenda aggiunge che negli ultimi tempi egli si reca nella vicina chiesa della Beata Vergine del Soccorso (Sant’Antonio Vecchio) e si inginocchia di fronte a quelli che ha sempre considerato “i ridicoli emblemi della superstizione”. E Giuseppe Caprin vuole che il carro funebre sia rovesciato da una raffica di bora. Poi Oscar de Incontrera scopre che il giorno delle solenni esequie, due giorni dopo la morte del ministro di Polizia, Duca di Otranto, ex governatore delle Province Illiriche, la bora si è acquietata.

Fulvio Anzellotti


Bibliografia

- Trieste, ah, Trieste… - 50 anni di fatti e misfatti, incontri e scontri, delusioni e speranze
Autore: Fulvio Anzellotti - Edizione: Edizioni LINT Trieste - Anno: 0 - Pagina: 123-125, 137-142, 146-156
- Storia di un consolato TRIESTE E LA FRANCIA 
1702 - 1958
Autore: René Dollot (Traduzione di Marilì Cammarata) - Edizione: Istituto Giuliano di Storia, cultura e documentazione - Anno: 2003 - Pagina: 150-151
- Trieste nascosta
Autore: A. Halupca - L. Veronese - Edizione: Edizioni LINT Trieste - Anno: 2009 - Pagina: 175
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